Dal bizantino a Dalì: un viaggio con il professor Pasquale Lettieri
L’Ascensione di Cristo al cielo è uno degli eventi più carichi di significato della liturgia cristiana: il ritorno del Figlio al Padre, il compimento della missione terrena e l’inizio del tempo dello Spirito. Ma come ha reagito l’arte davanti a un mistero tanto vertiginoso?
Lo abbiamo chiesto al professor Pasquale Lettieri, critico e storico dell’arte napoletano, che ci accompagna in un affascinante viaggio tra miniature, icone, pale d’altare e suggestioni contemporanee.
Alle origini: luce bizantina
Secondo Lettieri, l’arte sacra legata all’Ascensione affonda le sue radici nel Medioevo e prende forma compiuta nell’iconografia bizantina. Un primo esempio celebre è la Miniatura dei Vangeli di Rabbula, datata VI secolo e conservata alla Biblioteca Laurenziana di Firenze.
“È un’immagine teologica e cosmica”, spiega Lettieri: “Cristo ascende in una mandorla di luce, accompagnato da quattro angeli, un carro rosso, il sole e la luna: l’universo intero partecipa al mistero”.
Dalla scuola ravennate ai mosaici veneziani e siciliani, l’Ascensione diventa un tema ricorrente: la cupola dell’Ascensione nella Basilica di San Marco a Venezia e il mosaico del Duomo di Monreale (XII secolo) sono due straordinarie testimonianze di un’arte che unisce fede, simbolo e architettura.
Tra Oriente e Occidente: l’icona si fa arte
Passando alla tradizione orientale, Lettieri cita Andrej Rublev, maestro dell’iconografia russa, che nel 1408 realizza un’Ascensione carica di intensità spirituale, oggi conservata a Mosca. “Rublev riesce a unire verticalità e silenzio, mostrando un Cristo che ascende ma resta presente nel cuore del credente”.
L’Umanesimo guarda in alto
Il passaggio all’Occidente porta con sé nuove forme espressive. Giotto, nella Cappella degli Scrovegni a Padova, introduce un’Ascensione “dinamica”, già pregna di realismo e tensione narrativa. La rigidità bizantina lascia spazio al movimento.
Poi arrivano Mantegna, con il suo trittico conservato agli Uffizi, e il Perugino, che nel 1496 dipinge una scena di grande equilibrio tra sacro e umano. Non manca il Garofalo, con una pala del 1510 dall’intensa carica emotiva.
Colori, fantasia e visioni barocche
Nel tardo Rinascimento e nel Barocco, l’Ascensione continua a ispirare i grandi. Il Tintoretto, a Venezia, la interpreta con la sua energia cromatica nella Chiesa di San Rocco. E nel 1636, Rembrandt realizza una delle sue opere più toccanti: un Cristo vestito di bianco, sospeso tra terra e cielo, oggi a Monaco di Baviera.
L’Ascensione secondo Dalì
“Nel contemporaneo,” riflette Lettieri, “l’arte ha perso in parte il suo legame con il sacro”. Ma ci sono eccezioni. Una su tutte: Salvador Dalì, che nel 1958 dipinge una sorprendente Ascensione in cui Cristo, con le braccia spalancate in un abbraccio cosmico, si libra tra simboli atomici e un girasole: “un fiore che segue la luce, e che nella visione di Dalì diventa metafora dell’anima in ascesa”.
Conclusione: l’arte sale con Lui
Lettieri conclude con una riflessione che vale da sintesi:
“L’arte, nei secoli, ha fatto dell’Ascensione una parabola visiva della speranza cristiana. Non un’evasione, ma un richiamo all’alto. Con l’Ascensione, anche l’arte – come la carne del Cristo – si è sollevata verso l’invisibile, tentando di afferrarlo con colori, forme e simboli.”
E così, nel tempo che ci separa dal cielo, resta l’arte a indicarci la direzione.
In altum cor.





















