Prof. Pasquale Lettieri
Critico d’arte
Docente universitario

La Nigredo, il martirio e la rinascita nella Biblioteca Casanatense di Roma

Michelangelo Galliani, con il suo intervento artistico alla Biblioteca Casanatense di Roma, ci conduce in un viaggio interiore che attraversa le profondità più oscure dell’anima per poi riemergere in una luce nuova.

C’è un momento, nella vita di ogni essere umano, in cui tutto sembra crollare: il sole non scalda più, le parole non salvano, le certezze svaniscono come nebbia al mattino. È la Nigredo, la notte oscura dell’anima, il nero alchemico. Un processo necessario, doloroso, radicale. Qui l’io implode, le illusioni si frantumano, ci si guarda allo specchio e non si riconosce più nulla. È la morte simbolica dell’identità, dell’immagine, dell’orgoglio. Non c’è via di fuga: si è costretti a stare, a sentire, a cadere.

Eppure, proprio in quel fondo di buio, qualcosa accade. Dove tutto sembra perduto, si prepara la Albedo: un bianco che non è il ritorno alla luce di prima, ma un’altra luce. Una che viene da dentro, silenziosa, tenera, imprevista.

La Albedo è la rinascita dell’essere purificato. Non l’essere perfetto, ma l’essere vero. Colui che ha attraversato le proprie macerie scopre che, sotto le rovine, c’era un cuore. Non più maschere, non più pretese, solo una presenza nuda, fragile e insieme potente. Chi è passato attraverso la Nigredo non parla più per convincere, ma per condividere; non cerca più approvazione, ma comunione.

La Albedo è il candore dopo il carbone, il perdono dopo il fallimento, il che segue il no. Come in natura il seme muore per germogliare, così l’anima si disgrega per essere fecondata da una nuova forma di vita. È la legge dell’interiorità: per vivere davvero, bisogna prima morire un po’. La Nigredo ti spezza. La Albedo ti raccoglie. Chi rinasce dalla propria oscurità brilla di una luce che non ha più bisogno del sole. Per aspera ad lucem.


San Sebastiano: corpo martire e anima resiliente

Galliani sceglie San Sebastiano, uno dei santi più rappresentati nell’arte cristiana. Ma non solo per la sua storia, quanto per ciò che incarna.

Il corpo martoriato, trafitto dalle frecce, è nei secoli diventato simbolo complesso: dolore e bellezza, fede e resistenza, carne vulnerabile e spirito incrollabile. Nessun altro martire è stato scolpito e dipinto tanto, né con un fervore estetico così intenso.

Sfidando l’iconografia canonica, Galliani ci mostra un San Sebastiano in cui la passione è vissuta con mitezza, una morte che conserva la grazia. Le frecce – che storicamente non lo uccisero – diventano metafora di un supplizio che colpisce ma non vince. Non sono solo armi, ma segni visibili della lotta tra la carne e la fede, tra l’odio del mondo e la speranza del cielo.

Eppure, in Galliani, San Sebastiano non si ferma alla cronaca agiografica: diventa altro. La figura prende quasi una piega “pagana” nella sua sensualità. Il corpo scomposto ed esposto alla violenza richiama modelli puristi dell’arte contemporanea. Niente eros, ma sublimazione del dolore.

Sebastiano diventa un Cristo minore, un alter ego. Il suo corpo trafitto richiama la Passione, ma rimane più vicino all’uomo comune, al giovane devoto, al fedele perseguitato. È un’intercessione vivente. San Sebastiano vive in forma di frammenti. Le sue ferite diventano vere. Il marmo, il legno, il bronzo non rappresentano solo un corpo, ma una fede incarnata.

Il martirio diventa tangibile: la teatralità del gesto accentua il contrasto tra il dolore fisico e l’estasi spirituale. Ogni freccia che trafigge è una parola non detta. Ogni nodo della corda che lo lega è un vincolo tra terra e cielo. E la nudità, lungi dall’essere scandalosa, è testimonianza di vulnerabilità e di purezza.

Il San Sebastiano di Galliani parla: è immagine potente di resilienza, di bellezza che non cede all’orrore, di giovinezza ferita ma non spezzata. E in tempi di nuove ferite sociali, morali, spirituali, il suo corpo trafitto può ancora essere specchio e conforto. Perché ogni freccia che lo attraversa ci ricorda che la fede non si misura dall’assenza di dolore, ma dalla forza con cui lo si attraversa.


L’alchimia come metafora di rinascita

L’alchimia dell’artista non è solo l’arte segreta di trasformare il piombo in oro. È soprattutto un cammino simbolico di morte e rinascita. Ogni trasmutazione materiale rappresenta, in realtà, una trasfigurazione interiore: morire al grezzo, rinascere al puro.

Nel crogiolo dell’alchimista, la materia si dissolve e si ricompone. Allo stesso modo, l’anima attraversa la Nigredo, la notte oscura, per giungere all’Albedo, la purificazione, e infine alla Rubedo, la pienezza dell’essere. È una resurrezione spirituale, dove ciò che muore è l’illusione, e ciò che nasce è l’essenza.

Così Galliani, artista e alchimista, ci insegna che ogni crisi è una fucina. Non temere la decomposizione, perché solo ciò che si spezza può essere ricostruito più vero.


Michelangelo Galliani – Per aspera ad astra ci ricorda che il dolore non è mai fine a sé stesso. È soglia, è passaggio. È la porta stretta che conduce a un altro livello di luce. E come San Sebastiano, anche noi possiamo essere feriti ma non vinti.