Dalla società chiusa a quella dell’individualismo

1. La cultura normativa

Fino a un passato non tanto lontano la nostra cultura è rimasta ingessata in quanto ostaggio di codici antiquati e di rigidi modelli comportamentali improntati alla conservazione della tradizione e alla ipocrisia di riti convenzionali. 

Da secoli infatti ogni azione/omissione era “normata”, ossia disciplinata da norme e da protocolli, di stretta osservanza morale e giuridica, finalizzati a prevenire e a reprimere qualsiasi manifestazione giudicata in qualche modo “trasgressiva”.

In ogni caso, senza evocare i gravi misfatti dei regimi dittatoriali come quello sofferto dall’Italia nel ventennio fascista, provvedeva un generalizzato controllo sociale – tipico dei contesti rurali e periferici – a intercettare e a troncare sul nascere le intenzioni ispirate alla disapprovazione libertaria o alla devianza.

Tra l’altro, aleggiava sui sudditi un diffuso potere di interdizione, coltivato all’insegna di un articolato rosario di “virtù”, reso rassicurante dalla retorica della triade “Dio-patria-famiglia”.

Tutto ciò risultava efficace sia per rafforzare l’identità comunitaria, sia per dare senso e sentimento alla travagliata esistenza al riparo delle tradizionali formazioni sociali quali la famiglia, la scuola, gli ambiti di lavoro, ecc. 

Pertanto la mentalità comune, dando per scontata la legittimità dei limiti imposti da quei consolidati poteri, neppure premeva più di tanto nel cercare di espandere i confini delle non ancora ben strutturate libertà individuali. Anche perché la maggioranza della popolazione temeva – con qualche fondamento – che varcare quei confini potesse destabilizzare la coesione di tutti i citati circuiti di vita.

Bastava per il resto la garanzia data dal governo stabile della sicurezza, della tranquillità e dell’ordine pubblico.

Prendeva intanto avvio il predatorio consumistico modello di sviluppo, destinato – nel corso degli ultimi decenni – a compromettere la sostenibilità delle risorse e degli ecosistemi naturali, fino all’annunciato disastro ambientale dei nostri giorni, transizione ecologica e piani di resilienza… a prescindere.

Quel mondo, rimasto sostanzialmente chiuso nell’intreccio di modeste trame quotidiane, gerarchizzato e disposto all’obbedienza, era stato messo all’angolo a cominciare dalla progressiva attuazione – tra molte resistenze – dei fondamentali diritti/valori di dignità, di uguaglianza e di libertà dettati dal catalogo della Costituzione repubblicana del 1948.

Inoltre, quello stesso antico contesto divenne in seguito oggetto di specifica contestazione da parte del movimento studentesco del 1968 e della conseguente rivendicazione/affermazione dei diritti individuali di terza generazione (aborto, divorzio, emancipazione femminile, welfarefelicità!).

Infine, le epocali trasformazioni aperte dalla accelerata rivoluzione tecnologica e dalla globalizzazione iperconnessa hanno ora sdoganato (o quasi) ogni timido accesso alle libertà, spazzando via gli angusti spazi in cui era rimasta bloccata la società del passato.

2. La società dell’individualismo “omologato”

Nel nuovo più accessibile e insieme più complesso scenario economico e geopolitico è venuta a svilupparsi e a diffondersi una antropologia culturale, la quale si pone in sostanziale contrapposizione rispetto a quella antecedente. 

Alla base di tale orientamento stanno principalmente la radicalizzazione e la pomposa esibizione della soggettività, tutta protesa alla realizzazione di sé, incurante delle corrispondenti aspettative degli altri e dell’interesse comune (incomunicabilità, indifferenza, povertà educativa e linguistica …).

Deriva da ciò una forte spinta al libero arbitrio e all’autodeterminazione del singolo, che tuttavia comportano scarsa vocazione al dialogo e all’integrazione nelle varie appartenenze, con il conseguente grave disagio dell’anonimato e della solitudine.

Si va dunque generalizzando una sorta di individualismo antiautoritario, che per definizione non sa unire l’io al noi e non intende attribuire, in particolare, la dovuta attenzione ai principi di responsabilità e di autorità.

Infatti, il culto narcisistico della visibilità, dell’apparire e dell’esteriorità superficiale tende a ridurre le persone a una specie di gregge di “atei devoti”, privi di ideali e preoccupati di osservare solo ipocritamente la precettistica religiosa, etica e giuridica; funzioni non a caso ora considerate dai giovani ai margini, e rimesse quindi alla cura di organizzazioni formali lontane dal sentire comune.

2.1 Crisi del principio di responsabilità

Il disconoscimento dei vincoli imposti dalle regole sociali, essendo espressione del primato dell’utile rispetto al bene (valori che dovrebbero bilanciarsi tra loro), comporta la frammentazione dei legami affettivi. I quali inevitabilmente si perdono nel mare di modelli globali, “omologati” dalla intelligenza razionale (affarismo, possesso di beni, meccatronica-robotica …), slegata dalla connessa intelligenza emotiva (affetti, bellezza, arte, ecc.).

Inoltre, stante il difetto di adeguata formazione morale e a causa della mancanza di puntuali controlli e di opportune sanzioni, il buonismo/lassismo di moda ha messo primariamente in crisi il fondamentale principio di responsabilità individuale e collettiva.

Se infatti nessuno risponde sul piano etico e giuridico delle proprie azioni/omissioni commesse in violazione delle regole, le ripercussioni dal punto di vista sociale sono devastanti. Come appunto ci ricordano gli storici, che attribuiscono il declino delle grandi civiltà del passato al dilagare della corruzione dei costumi e alla diffusione di sempre nuove dipendenze da sostanze e/o comportamentali.

Tra l’altro, la decadenza in atto è ritenuta da molti osservatori in qualche modo acuita al tempo della emergenza pandemica da Sars-Cov-2; con conseguente possibile ulteriore degenerazione dei valori relazionali e dei sistemi economici, e quindi della complessiva tenuta della coesione sociale.

2.2 Crisi del principio di autorità

Nel mondo globalizzato e tecnologico appare accentuata anche la crisi del principio di autorità, termine che dal latino rimanda(va) all’idea di chi con autorevolezza e credibilità “fa crescere” (gli altri) verso progetti progressivi di vita.

Di fatto, l’attuale disconoscimento dell’autorità e di (quasi) ogni forma di gerarchia e di obbedienza, è certamente frutto del rifiuto dell’archiviata era della società patriarcale-normativa, ma ora incide anche il persistente autoritarismo della nostra burocrazia.

Dall’altro, la contraria pretesa di lasciare pieno sfogo alla libera espressione di sé ha finito con il generare una società orizzontale di massa. Una società piatta fatta di uguali (… “uno vale uno”), omologata, interconnessa e livellata verso il basso.

Si spiega allora perché assistiamo a una civiltà al tramonto, illusa di poter prescindere dall’interrogarsi sul senso della vita e sui confini tra il bene e il male; incapace altresì di valorizzare il principio di selezione secondo natura e di apprezzare la ricchezza di tutte le diversità.

2.3 L’equivoco dell’uguaglianza formale

Molti incorrono pertanto nell’equivoco di sostenere che… siamo tutti uguali. Il che è profondamente vero, dato che come persone condividiamo lo stesso valore di dignità, essendo tutti figli della creazione ovvero della evoluzione della specie umana.

Come individui (non divisibili) siamo invece diversi, sia sotto il profilo psicofisico, sia sul versante emozionale e attitudinale.

Del resto, la nostra Costituzione (art. 3) fissa il principio di uguaglianza “di fronte alla legge”, ma precisa che non è consentita discriminazione alcuna proprio con riguardo alle richiamate (e dunque riconosciute) diverse “condizioni personali e sociali”.

Peraltro, lo stesso testo costituzionale è ricco di riferimenti alla “meritocrazia”; basta al riguardo citare l’art. 34, in base al quale “la scuola è aperta a tutti”, ma vanno avanti i “capaci e meritevoli”.

Si può inoltre menzionare l’art. 97, che stabilisce che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso”, cioè in base a selezione di merito comparativo.

Benito Melchionna
Procuratore Emerito della Repubblica