di Letizia Bonelli

Oggi la reputazione non è un dettaglio,è lavoro, è relazione,
è salute psicologica,è libertà.
Colpire la reputazione digitale di una persona significa colpire la sua possibilità di esistere nel mondo e farlo in modo permanente equivale a una pena senza fine, senza processo, senza appello.
Il diritto all’oblio nasce per questo: non per negare il passato, ma per impedire che il passato diventi una prigione.
Chi lo banalizza non lo conosce.
Chi lo osteggia spesso non ne ha mai visto gli effetti reali sulla vita delle persone.
L’algoritmo non è neutro e nemmeno innocente.
C’è un equivoco pericoloso che va smontato con chiarezza,gli algoritmi non sono neutrali.
Premiano ciò che genera traffico, non ciò che è giusto.
Amplificano ciò che colpisce, non ciò che cura.
Ripetono all’infinito ciò che ferisce, perché il dolore clicca.
Pensare che questo sistema possa autoregolarsi è una favola comoda,serve diritto,
serve etica,serve competenza.
e soprattutto serve qualcuno che abbia il coraggio di dirlo senza ambiguità.
Il mio campo è questo mi occupo di diritto all’oblio, tutela della reputazione, etica della comunicazione,ma soprattutto mi occupo di persone,di storie spezzate da una pagina di Google.
Di vite sospese tra ciò che sono e ciò che internet continua a dire che sono state.
Di dignità che chiedono di essere rimesse al centro.
Il diritto non è una macchina fredda, è uno strumento vivo
e se non serve a restituire umanità, ha fallito la sua funzione.
Il diritto all’oblio non è una fuga dal passato è una scelta di futuro.
È dire che l’essere umano vale più del suo errore.
È affermare che la memoria senza coscienza non è giustizia, è abuso.
È ricordare che dietro ogni nome indicizzato c’è una vita che continua e continuerà con o senza di noi.
La domanda è una sola:
vogliamo essere parte del problema o parte della soluzione? Io ho scelto.