di Manuela Pennisi
C’è un confine sottile tra progresso e alienazione, e lo abbiamo superato senza accorgercene. Nella mia quotidianità di psicoterapeuta, madre e persona, osservo le macerie di quello che un tempo chiamavamo “pensiero critico”. L’iper-digitalizzazione sta svuotando il mondo, lobotomizzando l’individuo attraverso il ricatto della connessione forzata. Questo sistema ci riduce a spettatori inerti: siamo obbligati a “connetterci” non per evolvere, ma per evitare l’invisibilità sociale. È un controllo che ci vuole costantemente tracciati e che standardizza l’esistenza, dove il diritto alla disconnessione e all’intimità è un lusso che le istituzioni non sembrano più disposte a garantire. Per esistere davanti alla collettività, devi necessariamente passare attraverso uno schermo.
Una denuncia amara riguarda chi non è nato in quest’epoca. È inaccettabile che una persona di settant’anni si ritrovi oggi obbligata a districarsi tra SPID e portali web per accedere ai propri diritti fondamentali. Non è civile. Parliamo di persone che hanno costruito la nostra società e che oggi si ritrovano esiliate in casa propria, costrette a imparare linguaggi che non appartengono loro per compiere azioni che un tempo richiedevano solo una firma e uno sguardo umano. Togliere l’autonomia a un anziano perché “non è al passo con i tempi” significa negarne la dignità, riducendo persone esperte a “eterni bambini” che devono mendicare aiuto per una pratica medica o una pensione. Questa è una forma di emarginazione burocratica che espone i più fragili a pericoli costanti: senza la protezione del contatto umano, gli anziani diventano bersagli facili per le truffe online, vittime di un sistema che li obbliga a usare strumenti complessi senza fornire loro alcuna difesa.
In questo scenario, la mia generazione si trova stretta in una morsa invisibile: siamo i “migranti digitali”, nati nell’analogico e costretti a un adattamento forzato. È uno sforzo che consuma energie psichiche immense, poiché ci obbliga a vivere in bilico tra due mondi, cercando di non smarrire l’umano mentre impariamo a sopravvivere nell’algoritmo, consapevoli che noi stessi ne siamo fruitori e, talvolta, ostaggi.
Siamo tutti schiacciati dalla dittatura dei social media, che hanno trasformato l’esistenza in una prestazione costante, dove il valore della persona è misurato in “follower”, in una manciata di “mi piace” e non più nello spessore umano. Questa lobotomizzazione colpisce al cuore soprattutto le nuove generazioni, laddove l’IA agisce come una protesi cognitiva che indebolisce la capacità di analisi. Osservo giovani che non sanno più distinguere tra un proprio desiderio autentico e un bisogno indotto da un algoritmo, accettando passivamente verità preconfezionate senza filtro critico. Si è persa l’abitudine di abitare la realtà e si reagisce d’impulso invece di rispondere con una riflessione. Questo deserto emotivo alimenta un isolamento sociale paradossale: siamo tutti iper-connessi, eppure mai così profondamente soli.
La colpa non è dei ragazzi, bensì di un ecosistema che ha smarrito il proprio ruolo. Oggi i bambini escono dal grembo materno già muniti di smartphone, tablet e computer, come se fossero appendici biologiche naturali. In questa simbiosi precoce si genera un vuoto profondo dove l’individuo smarrisce il pensiero proprio, abituandosi a delegare ogni scelta a un automatismo esterno. Davanti a questo vuoto, non dobbiamo però commettere l’errore di considerare l’Intelligenza Artificiale come un’entità separata da noi, quasi fosse una divinità incontrollabile. Dietro ogni algoritmo c’è sempre un essere umano: una mente pensante che istruisce e guida. La storia ci insegna che il rischio dell’emulazione e della perdita del confine tra realtà e suggestione si incarna nelle logiche settarie che sfruttano il bisogno di appartenenza per spingere giovani vite alla deriva, alimentando un’identificazione distorta con modelli che promettono potere ma consegnano solo inconsistenza.
In questi tragici eventi non siamo di fronte a un desiderio di morte dettato dalla depressione, ma a una sfida narcisistica, un grido disperato di conferma. Il ragazzo che si spinge all’estremo non vuole suicidarsi, vuole essere riconosciuto. È spinto dal bisogno di dimostrare al gruppo il proprio valore per non sentirsi invisibile o inadeguato. Solo uno sguardo umano che dice “io ti vedo, tu vali” può disinnescare la dipendenza da un algoritmo. Agisce per soddisfare un’aspettativa esterna che diventa più reale della propria incolumità. È la tragedia di chi rincorre un’identità onnipotente, perdendo il contatto con il limite e con la propria stessa umanità.
Per coerenza intellettuale e professionale, non posso limitarmi a denunciare il naufragio; ho il dovere di indicare una rotta. La guarigione passa per la riconquista di una sovranità cognitiva, che non è un ritorno al passato, ma la capacità di restare umani nel digitale. Per strappare un giovane da un rito distruttivo, dobbiamo rispondere al bisogno viscerale che lo spinge lì: il desiderio di essere visto. Dobbiamo smontare l’inganno dell’omologazione: l’azione estrema non è coraggio ma una forma di sottomissione al branco. Il vero leader è chi esercita il pensiero critico e sa dire di no. Dobbiamo riabilitare la “fragilità intelligente”: insegnare che ritirarsi da una situazione distruttiva è la più alta forma di intelligenza emotiva. Parallelamente, occorre restituire loro la fatica del corpo reale attraverso esperienze analogiche concrete, dallo sport alla natura, dove il limite fisico insegna il valore dello sforzo senza ridursi a un’altra vetrina narcisistica. È necessario tornare a nutrire l’identità lodando le qualità intrinseche affinché l’identità prevalga sulla prestazione.
In questa sfida controcorrente, noi genitori siamo chiamati a trasformare la tecnologia da isolamento a rito di condivisione. Proponendo a mio figlio un film insieme, ho visto lo schermo farsi ponte ed è stato lui stesso, poi, a chiedermi di renderlo un appuntamento fisso settimanale. È la prova che i ragazzi, se visti, scelgono l’autentico. Ma non possiamo più accettare che la salute mentale delle nuove generazioni e la dignità dei nostri anziani dipendano solo dalla resistenza eroica dei singoli. Famiglia e scuola sono ormai al collasso perché trasformate nelle uniche trincee rimaste: la famiglia, costretta a fare da scudo ai figli contro l’algoritmo e da interfaccia forzata per i diritti dei nonni; la scuola, abbandonata a gestire una tecnologia che ne svuota il mandato educativo.
E in tutto questo, lo Stato dov’è? Perché non agisce dinanzi a questa deriva?
A livello istituzionale ci troviamo dinanzi a un vuoto che attraversa stagioni e colori politici e un’assenza di visione che pare oggi drammatica. È inaccettabile che non sia stata ancora varata una legge organica che finanzi presidi concreti come i centri specializzati per le dipendenze tecnologiche. Serve una visione politica che riconosca la stabilità psichica e la dignità umana come beni comuni, smettendo di rincorrere le emergenze per iniziare finalmente a prevenirle. Mentre si attende un intervento legislativo che tarda ad arrivare, ci si perde in tecnicismi che ignorano l’aumento dell’ansia dovuto alla saturazione degli stimoli esterni. Questa assenza ci costringe a una battaglia di dignità: dobbiamo pretendere un’interfaccia umana obbligatoria e il diritto alla disconnessione. L’accesso ai servizi essenziali deve restare radicato nel contatto diretto, affinché l’individuo non venga ridotto a un dato digitale smarrito nel sistema. Dobbiamo rivendicare “zone franche” e smettere di considerare queste piattaforme come ponti, vedendole per ciò che sono: barriere architettoniche dell’anima.
Oggi siamo l’ombra digitale di un algoritmo, ma per tornare al volto autentico dell’uomo è necessario rompere questo schema. Siamo immersi in un rumore digitale che sta saturando ogni spazio di riflessione. Riscoprire il valore del silenzio e di una dimensione più lenta è un atto essenziale di riequilibrio, recuperando il valore del tempo dell’attesa e di quel “dolce far niente” che crea. Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di integrarla senza lasciare che sostituisca l’anima. Restituire l’umano al centro è una necessità vitale, imprescindibile e non più negoziabile per la sopravvivenza della nostra civiltà.




















