Di Gabriella Chiarappa

Alla decima edizione della kermesse diretta da Steven G. Torrisi, il passato non è nostalgia ma materia da trasformare. Dalla Puglia allo Studio 54, passando per Valentino e la vecchia Hollywood, la passerella rilegge codici e ricordi per portarli nel presente.

La moda ama parlare di futuro, ma spesso le sue idee più interessanti nascono da qualcosa che esiste già. Un luogo, un ricordo, una lavorazione imparata da chi è venuto prima, persino un’immagine che credevamo appartenesse definitivamente a un’altra epoca.
Alla decima edizione di Milano Fashion Show #Fashion Week 2026, andata in scena ad Areapergolesi con la direzione artistica di Steven G. Torrisi e la conduzione di Veronica Maya, questo rapporto con la memoria è affiorato più volte, pur attraverso collezioni molto diverse tra loro.
Non si è trattato di guardare indietro con nostalgia.
Piuttosto di prendere codici conosciuti e chiedersi che cosa possano ancora raccontare oggi.
Gianni Calignano parte dalla sua Puglia e da ciò che vede ogni giorno: il turchese del mare, il verde della vegetazione, l’oro dei campi.
Organza, broccato e puro cotone traducono quel paesaggio senza bisogno di rappresentarlo letteralmente.
Il territorio rimane riconoscibile, ma passa attraverso lo sguardo personale dello stilista.
La stessa terra ritorna più avanti con Pietro Paradiso, eppure sembra un’altra.
In Apulia Aeterna non sono il bianco delle città salentine o l’ulivo a occupare il centro della scena, quanto il sapere di chi gli abiti li costruisce.
Persino un materiale umile come la iuta dei sacchi utilizzati per la raccolta delle olive cambia destino e diventa giacca da smoking, accostata al mikado e alla seta. La fibra del fico d’India entra nella ricerca, mentre i pumi vengono ricostruiti in 3D con fibre vegetali. La tradizione funziona quando smette di essere folklore e torna a essere materia.

Ed è forse uno dei passaggi più interessanti della serata.

Perché la memoria può appartenere a un territorio, ma anche alla storia stessa della moda. Remember Valentino, presentata dall’Istituto Aniene, prende come riferimento Valentino Garavani e un’idea di eleganza che ha attraversato decenni.
L’operazione acquista significato soprattutto perché coinvolge una nuova generazione: studiare un maestro non per copiarne il linguaggio, ma per capire perché continui a parlare al presente.
Marco Sepe sposta invece lo sguardo verso il cinema.
Old Hollywood Collection recupera la stagione delle dive e dei grandi red carpet attraverso vite segnate, drappeggi, scollature e volumi scultorei.
Chiffon e satin scorrono sul corpo, mikado e taffetà gli restituiscono struttura.
Non c’è bisogno di ricostruire una vecchia fotografia: basta ricordare quanto, in quella Hollywood, un abito potesse contribuire alla costruzione di un personaggio.

Poi arriva la notte.

Con Gianni Sapone la macchina del tempo si ferma nella New York degli anni Settanta. Skandal Diva guarda allo Studio 54, quando l’eccesso non aveva ancora bisogno di essere spiegato e la moda condivideva lo stesso spazio con musica, provocazione e libertà.
Lurex, similpelle effetto coccodrillo e suggestioni haute couture riportano in passerella quell’attitudine più che riprodurne semplicemente l’estetica.
Il punto, infatti, non è vestirsi come allora.
È recuperare quella libertà di non chiedere continuamente il permesso di essere diversi.
Accanto alla memoria, la passerella ha lasciato spazio anche a linguaggi più contemporanei. Yanou Santangelo lavora sulle ombre e sul rapporto tra corpo e abito, contrapponendo pelle, pizzo, organza e taffetà; Saro Mattia Taranto ragiona invece sulla costruzione e su una silhouette meno legata alle tradizionali divisioni tra maschile e femminile.
Da San Francisco, Mario B porta a Milano un glamour più dichiarato, fatto di smeraldo, rubino, oro e motivi floreali iridescenti.
Anche l’accessorio cambia terreno. La proposta di Brand Hype di Salvatore Starita, licenziatario ufficiale di ALV – Andare Lontano Viaggiando by Alviero Martini, affianca l’esperimento di Cristian Raggi, che trasforma il vetro di Murano in una borsa capace anche di illuminarsi.
Qui moda e design finiscono inevitabilmente per contaminarsi.
In una serata che ha dedicato attenzione anche alla violenza contro le donne, alla violenza di genere e all’inclusione sociale, il riferimento alla libertà assume inevitabilmente un significato che supera l’abito.
Alla fine, ciò che unisce mondi così distanti non è uno stile comune.
È il modo in cui ciascuno sceglie cosa conservare e cosa cambiare.

Perché la moda non deve necessariamente dimenticare ciò che è stata per raccontare qualcosa di nuovo. A volte deve semplicemente avere il coraggio di guardarlo con occhi diversi.