La paura dell’uomo nero nei bambini e il Cyberbullismo

“Ed hai notato che l’uomo nero
semina anche nel mio cervello.
Quando piuttosto che aprire la porta
la chiudo a chiave col chiavistello…”
Brunori Sas

Al di là dei continui fatti di cronaca e di vita quotidiana che lasciano spesso un velo di impotenza e confusione, è importante che, ad alcuni fenomeni, si dedichi una costante attenzione, proprio per evitare di arrivare impreparati dinanzi a situazioni che sembrano senza alcuna via di uscita.
È un atteggiamento propositivo che permette di andare oltre alle evidenze che, spesso, raccontano poco di ciò che si nasconde dietro le quinte.
Relativamente alla crescita di bambini e adolescenti non bisognerebbe mai lasciare fare al caso o ad improvvisazioni, quanto piuttosto prepararsi alle diverse evenienze, interrogandosi su ciò che può essere utile o dannoso.
Anche soltanto fermarsi e riflettere non è vano, bensì profondo e costruttivo.
Vorrei, pertanto, porre qui luce su una paura segreta dei bambini, una paura che appartiene a molti, se non alla totalità di essi: la paura dell’uomo nero.
Da dove nasce una tale paura? Perché è così presente durante la maturazione dell’età infantile? Quanto è insidiosa nella sua segretezza?
In effetti, sembrerebbe di uso comune ripetere ai bambini frasi che si appellano a un’oscura entità come un valido ausilio, come un aiuto educativo, una sorta di avvertimento che si fa al piccolo per fa sì che esegua ogni comportamento secondo regole prestabilite. Sono modalità quasi tradizionali, e si presentano come frasi che si dicono perché incarnano verità assolute, visto che sono state dette, verosimilmente, dagli adulti che in passato sono stati un personale punto di riferimento. Sono ritenute
ovvie ed innocue. Soprattutto, sembrano funzionare come fossero magiche.
Ma le bacchette magiche dovrebbero spaventare perché sono scorciatoie, e le scorciatoie, il più delle volte, sono illudenti perché fanno pensare che siano risolutive, e non sempre lo sono, ingannandoci.

Ci si accorge in seguito, forse, di quanto un tema che può apparire semplice o, persino, banale non lo sia affatto.
Una figura immaginativa inquietante diventa gradualmente familiare, addirittura sembra avere più potere di tutti gli altri adulti perché capace di portare ordine in un momento di caos e di difficile gestione.
Piano piano, il bambino impara ad agire perché impaurito, non sa esprimerlo ma il trucchetto sembra smorzare la sua emotività, e i suoi tentativi di essere visto, attenzionato e riconosciuto sembrano svanire dinanzi all’idea che possa concretizzarsi la presenza di un uomo nero e punitivo.
Il bambino inizia a costruire dentro una paura segreta fino a quando non servirà neanche più che qualcuno possa ricordargli dell’arrivo del male oscuro, lo sa.
Una semplice figura, ritenuta dai più non pericolosa anzi familiare, va a intaccare, dunque, un naturale processo di crescita nella relazione genitore-bambino, una sorta di banco di prova in cui il piccolo sperimenta se stesso e l’adulto, esplorando il mondo interiore ed esteriore, creando, al contempo, un ponte di fiducia con chi ha il compito di proteggere e far sentire al sicuro.
Oltretutto, i bambini vivono in questo modo una paura non funzionale, una paura esasperata e talvolta soverchiante, e non si sentono neppure compresi ed accolti in questa personale difficoltà, rischiando che parti di sé rimangano “congelate” dinanzi ad una mortificazione costante della propria sensibilità.
I bambini vivono un dramma, gli adulti ci ridono su, sono realmente convinti che sia un espediente utile, e continuano pertanto, quotidianamente, a far appello a forze esterne, cupe e raggelanti con l’illusione di educare.
Ma è solo una mera illusione poiché con poche mosse si sta dimenticando,
inconsapevolmente e senza cattive intenzioni, ciò che si è chiamati a fare nel ruolo di genitore.
Ogni bambino nasce per crescere, sviluppare, esprimere i propri bisogni, amare ed essere amato, tutelando la propria persona.
Il genitore, in quest’ottica ha il compito integerrimo di dargli attenzione e protezione, prendendolo sempre sul serio e aiutandolo con onestà e autorevolezza a orientarsi nelle naturali difficoltà della vita.
Ricorrere ad una figura come l’uomo nero vuol dire frustrare i bisogni vitali dei bambini e non eseguire il proprio compito.
Si potrebbe sorridere dinanzi a tutto questo, potrebbe essere inteso come una pesantezza vuota, è, però, utile uscire dalla propria mente e fare i conti con la realtà, una realtà che spesso poi ci lascia perplessi.
L’uomo nero, piano piano, prende inevitabilmente posto nella mente del bambino come una guida coartante che gli indica di non sbagliare e di ubbidire senza fare domande, e non in maniera costruttiva. È un bambino che non è stato avvicinato al confronto, al dibattito e a misurarsi con limiti e frustrazioni che permettono di crescere in modo saldo e stabile.

Ma è anche un bambino che non ha potuto instaurare un legame di fiducia con le sue figure adulte di riferimento e che, in caso di necessità, non sa a chi rivolgersi.
Anche perché, nel tempo, il piccolo diventa adolescente, inizia pertanto a cogliere che l’uomo nero tanto invocato non è mai arrivato, e questo non può che tradursi in una perdita di credibilità e di autorevolezza dei genitori.
Delegare una terza figura, sfuggente e spaventante, come educatore ha conseguenze dolorose, a volte sono nascoste per lunghi periodi tanto da far pensare che non sia successo nulla, ed invece, nelle menti dei piccoli occupano grandi spazi, creando disagio e malessere profondo.
Nei casi più gravi possono verificarsi situazioni disdicevoli. È il caso in cui il bambino si trova incastrato come vittima di Cyberbullismo.
Il bambino potrebbe ritrovarsi a fronteggiare pericoli in cui incrocia,
paradossalmente, la figura dell’uomo nero che gli indica di compiere determinati atti, le cosiddette challenge o sfide. È un dilemma, una vera catastrofe, soprattutto perché dietro questi “giochi” si nascondono personaggi dalla personalità complessa e insana.
Il dilemma si trasforma, dunque, in un pericolo che non possiamo far finta di ignorare, volgendo lo sguardo altrove come fosse per noi poco interessante.
Interessa noi tutti, ognuno nello svolgimento del proprio ruolo. Bambini e ragazzi vanno protetti, a tutti i livelli. Questo significa che anche i genitori vanno informati e tutelati. Vanno aiutati, perché è sempre più semplice e diretto puntare il dito.
Ma sono semplificazioni di comportamento che non ci tolgono di dosso le
responsabilità più profonde. Il Cyberbullismo interessa tutti coloro che sono chiamati ad educare e ad accompagnare nella crescita i più piccoli per evitare, come troppe volte sta accadendo, di ritrovarsi a discutere quando è tardi, e quando l’irreparabile è già accaduto.



Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicologa psicoterapeuta

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