Pandemia da Covid-19: emozioni e vulnerabilità

La narrativa confusa del periodo che tutti noi stiamo vivendo e attraversando disorienta, e non poco. L’impatto psicologico è notevole, e al contempo, anche poco considerato.
Siamo stati catapultati improvvisamente in una realtà che, per natura, non ci appartiene e con cui, necessariamente, ci ritroviamo a fare i conti.
L’idea che abbiamo del nostro spazio e del nostro tempo ha subìto, e subisce ogni giorno di più, modificazioni improbabili, a cui siamo chiamati ad attenerci, in nome di un senso di collettività e responsabilità sociale a cui si fa fatica a ricorrere spontaneamente.
Cosa accade da un punto di vista emotivo e di salute mentale?
Si pone in primo piano la paura di ammalarsi, una paura abnorme in molti e completamente assente in altri. Ma chi sembra non provare paura del virus ha però paura di rimanere solo, di perdere la sicurezza economica, di perdere la propria libertà, o di altro ancora a seconda dell’unicità dell’essere. Di fatto, i pericoli che alimentano la paura di ciascuno possono essere tantissimi e i più disparati.
Il dato reale e raccapricciante è che stiamo vivendo un momento mondiale fondato su una paura disarmante e che sembra far perdere il senso della vita. O almeno è questo il rischio.
Biologicamente, la paura risponde ad una minaccia identificabile che attiva
comportamenti di attacco o fuga per la nostra salvaguardia.
Il punto è che ora ci ritroviamo a rispondere a insidie dai confini sfuggenti e mutevoli.
Si rischia così di incastrarsi in un’emotività confusa che non riesce ad orientarci in maniera ottimale, vista la caratteristica principale del virus: l’invisibilità.
Questo significa che siamo chiamati ad affrontare una minaccia non sempre rigorosamente tracciabile, se non a volte, e, solamente, attraverso gli accadimenti che appartengono agli altri. La situazione diventa non controllabile perché potrebbe crearsi uno stato di attesa spaventante, rischiando di sentirsi come birilli su una pista di bowling.
Si fanno, così, diversificati tentativi di sovversione rispetto ai propri stati emotivi, con la convinzione di poter raggirare il sofisticato meccanismo di funzionamento degli stati interni dell’essere umano.
La paura è, e rimane anche adesso, un’emozione, e come tutte le emozioni, è una risposta naturale, evoluzionisticamente fondamentale ai fini della sopravvivenza. Non potremmo non provare emozioni e non potremmo, come molti credono, sopprimerle, eliminarle o ignorarle.
Le emozioni sono preziose e vanno ascoltate, col fine di regolarle per mettere in atto comportamenti adattivi. Anche in questi nostri giorni di turbamento personale e sociale.

Quando l’emotività è disregolata, non solo in riferimento alla paura, si creano disordini comportamentali e caotici, impulsivi e non efficaci che conducono, inevitabilmente, a peggioramenti di situazioni, già di per sé, complicate e di difficile gestione.
È ciò che possiamo scorgere attualmente dai notiziari, o anche semplicemente osservando ciò che accade intorno a noi.
La paura è imperante ma non proviamo solo una specifica e singola emozione, la sfumatura emotiva, altresì, mostra una gamma di stati emotivi, ove in risalto ci sono la preoccupazione, l’ansia, la tristezza, la solitudine, il dispiacere, la noia, l’angoscia, il terrore, e non solo.
Tutte le emozioni, comunemente ed erroneamente, definite negative, sono di vitale importanza, vanno ascoltate per poter, in primis, sopravvivere ma, soprattutto, per poter vivere degnamente il proprio tempo esistenziale, al di là delle situazioni spiacevoli e dolorose a cui naturalmente si è chiamati a rispondere.
L’incertezza del momento pone la mente dinanzi a prove complesse, e rimanere ancorati a ciò che è reale diventa sempre più arduo, talvolta impensabile.
Si prospettano, pertanto, tutti i possibili scenari catastrofici che creano uno stato emotivo ansioso e che anticipano comportamenti tutt’altro che ponderati e utili.
Ci sarebbe, oltretutto, da affrontare una speculazione dedicata interamente alla solitudine, poiché, se congrua ed equilibrata, potrebbe rappresentare l’espressione di un’emotività in grado di avvicinare a se stessi, permettendo un imponente e significativo sguardo metacognitivo sugli stati interni della propria persona.
La solitudine non è necessaria prerogativa di isolamento e perdizione interna, così come nel sentire comune, è anzi preziosa compagna per entrare in contatto con la ricchezza dei significati interiori più velati.
Dai racconti di molti e dalla percezione che ho, invece, sembrerebbe che rimanere un po’ da soli è per forza di cose la base per una tristezza intensa e cronica, un terrore a tratti incontrollabile, o la strada per una sprofondante depressione.
E poi c’è il senso di angoscia che cresce a dismisura perché la naturale e celata paura della morte ora non è più velata sapientemente, si mostra nella sua purezza e verità.
Mi chiedo se però siamo stati veramente preparati alla nudità dei significati più profondi dell’esistenza. Pur se a malincuore, penso non sempre ci sia una preparazione in tal senso, non rientra purtroppo nelle modalità educative attuali.
La circostanza in cui riversiamo, dunque, evidenzia crudamente, quasi in modo irriguardoso, le nostre vulnerabilità, e tout court sembra che nessuna strategia di coping possa difenderci da fragilità che si acuiscono e che rendono difficile l’affrontamento della quotidianità.
Il quadro contestuale non possiamo cambiarlo, non direttamente almeno.
Certamente possiamo agire sulle nostre emozioni per poter assumere un
comportamento funzionale e, attivamente, adattivo.

Questo migliorerebbe lo stato delle cose da un punto di vista più ampio e comunitario ma ci renderebbe, altresì, disponibili ad accogliere i nostri stati interni in risposta a condizioni esterne.
Accogliere con spirito di accettazione e disponibilità è la prerogativa per non brancolare in un buio che nasconde trappole fatali, serve per fare un focus attento di ciò che è controllabile in prima persona e di ciò che, invece non lo è, ma che può soltanto attanagliare le nostre menti, confondendoci ulteriormente.
Ciò che avviene attorno a noi sicuramente ci condiziona, non potrebbe non essere così, sta a noi però non farci determinare da esso senza vedere le vie di uscita e le alternative di azione. Lo dobbiamo a noi e a chi dovremmo garantire protezione e sicurezza: i bambini e gli adolescenti.
Il rischio è di perdere la cognizione di tutto e di non riuscire neppure a dare valide indicazioni ai più piccoli e ai più giovani, frustrando i loro bisogni vitali.
È importante regolare i nostri stati interni, intendendo pensieri, emozioni e sensazioni corporee perché abbiamo anche l’arduo compito, da adulti, di funzionare da modelli per i ragazzi, loro si eteroregolano, e lo fanno modellandosi sugli adulti, per farlo virtuosamente, questi debbono trasmettere radicamento, stabilità ed equilibrio.
Ora ci è di aiuto ricorrere alla nostra capacità di rimanere ancorati al momento presente con vigilanza e attenzione, e alle nostre abilità di osservare la realtà nella sua pienezza, senza aggiungere arbitrariamente tasselli e pezzi che esistono solo nella nostra mente.
Tanto si può fattivamente fare se si riconosce che la salute non è unicamente una questione fisica e organica, anche ma non solo. È arrivato il momento di guardare in faccia alla nostra unitarietà, all’unità corpo e mente. Non è un concetto astratto ma il nostro funzionamento più autentico, è un concetto questo che, troppe volte, si dimentica e si occulta, ma che adesso non permette più di guardare altrove.
Ora è il momento di ascoltarsi e di ascoltare, e di chiedere aiuto senza remore perché una disregolazione emotiva costante e continua, di cui non si tiene conto, può condurre a profondi malesseri e a disagi persistenti che non possono rimanere inascoltati e non visti.
È tempo di prenderci le nostre responsabilità, ci tengo a sottolinearlo perché noto che, il più delle volte, in queste tristi circostanze, piuttosto che volgere lo sguardo su di sé, si sposta l’attenzione su qualcosa al di fuori di se stessi, alla ricerca di soluzioni magiche. Non è utile, anzi. La realtà è che non esistono soluzioni semplici dinanzi a situazioni complesse.



Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicologa Psicoterapeuta

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