Nonostante le profonde differenze tra le due personalità, Roberto Jonghi Lavarini sarebbe stato tra i primi a sostenere pubblicamente la nomina di Marco Ferrazzi a coordinatore regionale
di Monica Macchioni
Chi conosce Roberto Jonghi Lavarini, soprannominato il “Barone Nero”, sa quanto la politica faccia parte della sua storia personale. Da almeno vent’anni rappresenta una presenza riconoscibile e difficilmente sostituibile nel panorama della destra milanese e lombarda.
Sono noti i suoi rapporti con importanti esponenti politici, a cominciare dall’attuale presidente del Senato Ignazio La Russa, così come le sue frequentazioni in ambienti aristocratici e internazionali. Un insieme di relazioni che gli permette di accedere a contesti solitamente lontani dai comuni osservatori della politica.
Che qualcuno abbia deciso di prenderlo di mira, arrivando a smentirlo pubblicamente attraverso la stampa, non rende un buon servizio alla ricerca della verità. Soprattutto, rischia di creare un danno politico al movimento di Roberto Vannacci, che può contare, almeno per il momento, sul sostegno convinto di Jonghi Lavarini. Un sostegno capace di mobilitare voti e consensi in ambienti milanesi e lombardi che potrebbero rivelarsi particolarmente importanti in vista delle prossime elezioni comunali di Milano. Non è un caso che, alla nascita del comitato a sostegno della candidatura del generale Roberto Vannacci e del generale Roberto Burgio a sindaco di Milano, tra i partecipanti spiccasse proprio la presenza del Barone Nero.
In politica si può perdonare quasi tutto, ma difficilmente si perdona il ridicolo.
La scelta di puntare su Burgio per la corsa a Palazzo Marino sembra infatti confermare, nei fatti, quanto sostenuto da Jonghi Lavarini e contestato da un articolo pubblicato dal Quotidiano Nazionale. Una ricostruzione che il Barone aveva prontamente respinto.
A questo punto la domanda nasce spontanea: perché la “Volpe di Gallarate” ha sentito il bisogno di smentire Jonghi Lavarini, se appena ventiquattro ore dopo gli sviluppi politici sembravano dare ragione proprio a quest’ultimo?
Marco Ferrazzi possiede certamente un proprio cursus honorum. Ragioniere, già dirigente di Alleanza Nazionale, è successivamente passato attraverso la lista Maroni e quella guidata da Letizia Moratti. Con lungimiranza ha individuato nel progetto di Vannacci uno spazio politico coerente con i propri valori e, forse, anche con la legittima aspirazione a essere rieletto.
Non c’è nulla di scandaloso, soprattutto per chi ha dedicato gran parte della propria vita alla politica. L’importante è dichiarare con chiarezza i propri obiettivi e perseguirli con linearità e onore. In caso contrario, i principi proclamati rischiano di trasformarsi in semplici specchietti per le allodole destinati agli elettori più ingenui, oppure in materiale per articoli di colore.
La Volpe di Gallarate ha avuto molti anni a disposizione per lasciare un segno riconoscibile. Attaccare il Barone soltanto per conquistare qualche riga sui giornali, arrivando quasi a indicare alla stampa quali fonti ascoltare e quali informazioni considerare attendibili, non appare un grande esercizio di intelligenza politica. La stampa, per sua natura, deve essere libera di verificare le notizie, ascoltare tutte le parti e giungere autonomamente alle proprie conclusioni.
Resta infine un dato curioso: nonostante la Volpe di Gallarate e il Barone Nero siano politicamente e caratterialmente lontani anni luce, risulta che Jonghi Lavarini sia stato tra i primi a sostenere pubblicamente la nomina di Ferrazzi — consigliere regionale di lungo corso e già assessore all’Agricoltura — a coordinatore regionale del partito.
A questo punto verrebbe quasi da concludere con il vecchio proverbio: chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.










