Marco Zamagni: Nature Vive

Una mostra di Marco Zamagni, allestita presso gli spazi espositivi del circolo culturale Angeli Scalzi di
Bellaria, testimonia i segni di una identità pittorica, non influenzata dalla tempesta delle avanguardie,
lontana da teoremi ed estremismi, senza per questo poter essere considerata una forma attardata e
manieristica. Si colgono il suo classicismo e il suo naturalismo, in questo duplice Zamagni, chiaro e solare, metafisico più che surreale, quando si dedica alle nature morte immerse in paesaggi visti da lontano, inseriti in una assoluta quiete e trasparenza dell’aria, denso e sensuale, erotico più che conturbante, quando dipinge cesti di frutta e tavole imbandite di un sapore che risente degli affreschi pompeiani e del seicento fiammingo, sebbene di una diversa fascinosità e allusività. C’è, dunque, uno Zamagni in pubblico, narratore di paesaggi dove tutto è sospeso in una atmosfera di attesa, tanto cara a Pascoli, suo vicino di casa, in una scambievolezza tra soggetti e oggetti che connotano un vedutismo di grande respiro, allungato sulle marine di Igea e le campagne di San Mauro, grandi orizzonti della cultura italiana, molto lontani, anchepsicologicamente, dai complicati paesaggi moderni, carichi di storia, di stile e di rovine che si sovrappongono tra di loro.

Il maestro di Bellaria, con mente libera di suggestionismi stravaganti, descrive architetture di oggetti semplici, senza lussi scalpitanti e barocchismi impliciti. A guardare queste nature morte si può descrivere una apoteosi fantastica delle piccole cose, dove la verisimiglianza degli elementi è interrotta solo dalla scelta della luce e dei punti di vista che, con i loro tagli, determinano l’essenzialità del quadro e il suo paradossale effetto di straniamento, che è fatto di colori e di linee che si affrontano, creando effetti di grande freschezza espressiva, anche nei dipinti più recenti, in cui si avverte una superba volontà, che riequilibra gli effetti di una vista sempre puntuale, ma è forse per questo che il suo vedutismo, col passare del tempo, diventa sempre più prezioso. Acquisendo elementi morandiani e dechirichiani allo stato puro, senza interpretazioni psicologiche fuorvianti.

Lo Zamagni in privato, è tutto consegnato alla segretezza del suo sguardo innocente, che segue le linee fanciullesche dei corpi con attrazione fatale, ma senza mai essere catturato dalla morbosità, cosa che oggi appare con maggiore evidenza, nel nostro contorto universo in cui sessuomania e sessuofobia si scontrano in una arena mediatica che coinvolge la realtà e la virtualità, in una contaminazione, che compromette il discernimento e alimenta tanti tipi di pruderie che niente hanno a che fare con l’arte. Tutta la pittura di Zamagni, da quella più leggera a quella più pesante, fa ancora pronunciare la parola contemplazione, nel senso etimologico del termine, dato da una fortissima capacità di instaurare un dialogo, senza parole, fatto di scorrimenti linguistici raffinattissimi.

Si tratta di una bellissima pagina di pittura, che ha seguito la linea della continuità, situando l’invenzione all’interno della sua poetica, che è l’espressione della sua personalità limpida, che non vuole dire semplice, ma capace di mettere ordine nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni, capace di fare una vera psicanalisi di se stesso, di guardarsi dentro e di guardare fuori, producendo un universo visivo a tutto tondo, come oggi sempre di meno accade; alcuni dicono che la nostra umanità si sta riducendo in termini mediatici, altri pensano che ci stiamo espandendo tanto, da uscire dall’umanesimo integrale, la cosa che è certa e che ci stiamo trasformando e con essa tutte le nostre percezioni, ma per fortuna siamo ancora in grado di stare con moderni, d’altra tempra, come Marco Zamagni.

 

 

 

 

 

Pasquale Lettieri

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