Le terre del Sud terre di briganti

Per molti autori (Friedmann, Banfield ed altri) il Mezzogiorno d’Italia da sempre è stato “una terra a delinquere”. La stessa Lucania, nella cartografia del XVI secolo, è indicata con il nome di Andranghetia. I viaggiatori europei che giunsero fino infondo allo stivale, dopo il terremoto del 1783, segnarono nei loro diari di essere entrati in contatto con i selvaggi d’Europa e, nel 1801, Auguste Creuzé De Lesser scriveva che “l’Europa finisce a Napoli e finisce assai male; la Calabria e la Sicilia, tutto il rsto è Africa” (da: Voyage en Italie et en Sicilie, 1780). Le terre di Calabria sono raccontate da Duret de Tavel , inviato in Calabria dal 1800 al 1810 per la lotta contro il brigantaggio. L’ufficiale francese riferisce che “una compagnia di soldati scortava l’esattore delle imposte durante il suo giro di riscossione delle stesse e capitò che un militare dovette allontanarsi dalla strada per soddisfare un bisogno corporale. Si udì allora un colpo di fucile e si vide un contadino che scappava. Rincorso e raggiunto, questi si giustificò dicendo che aveva ucciso il soldato perché aveva visto un bersaglio e non era riuscito a resistere alla tentazione di sparare. È innegabile che i calabresi siano un popolo di assassini e questa Calabria poggia sul fuoco dell’inferno”. (D. de Tavel, Séjour d’un officier français en Calabre, Paris, 1820: 79). Quella che era stata la patria di Zaleuco, Pitagora, Ibico, Cassiodoro, Gioacchino da Fiore e moltissimi altri, nel tempo era stata lasciate nelle mai sanate piaghe di giustizia e lavoro, vie stradali e sviluppo economico, assenza di istruzione di base dovute alle continue oppressioni feudali e dall’Europa il Mezzogiorno d’Italia era considerato terra incognita, terra primitiva, terra della paura. Ma la malapianta politica e governativa, nei secoli, fece di questa gente e di questi luoghi il luogo infernale in cui si vive da dominanti e dominati come viene riportato da un certo contesto paremiologico:

La leggi è uguali pe’ tutti Cu’ havi dinari assai si ndi futti. (la legge è uguale per tutti ma chi ha molti soldi se ne fotte)

O ancora:

cu’ dinari e amicizia si teni ‘nculu la giustizia (chi ha soldi e amicizie importanti se ne fotte della giustizia)

Lo storico G. C. Galanti, autore dell’opera “Processi” (Napoli, 1868), quasi a scagionare una terra malefica, unica al mondo – secondo una certa letteratura – in cui vive gente dedita all’omicidio, scrive che il termine brigante gli accademici della Crusca non lo hanno inserito nemmeno nel loro dizionario facendo supporre che non si tratta di una forma di pura italofonia, e puntualizza che il termine, con adattamenti, fu importato per tutto il territorio della penisola: “la Germania non ebbe i suoi burgravi, gentiluomini assassini, dei quali ne ha lasciato viva dipintura Victor Hugo?” e continuando “l’Inghilterra, dopo la rivoluzione del 1688, vide le sue strade ingombre di malfattori, ed il Macauly, ci narra del Duval e del Nevison, famosi capi masnadieri”. Non mancano, nell’analisi dello storico, i manigoldi i quali servivano da spia; vagabondi che nelle città facevano da mestiere i mendicanti, si informavano di tutto e davano notizie ai briganti sui passaggi dei viaggiatori affinché potessero preparare in tempo l’imboscata o rapinare le case abbandonate dai proprietari in viaggio.

Prof. Pino Cinquegrana

Antropologo

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