Le sfide mortali in adolescenza

“L’adolescenza è un periodo delicato e vulnerabile ma non a causa del fatto che ci
sia qualcosa di squilibrato nella mente dei ragazzi”
(Ted Satterthwaite)


Siamo, tendenzialmente, abituati a guardare gli adolescenti come se fossero da aggiustare, soffermandoci, con superficialità, soltanto sui comportamenti disfunzionali che, spesso, mettono in atto. Negli ultimi anni, troppe notizie di cronaca focalizzano l’attenzione sulla pericolosità di particolari sfide che i ragazzi, il più delle volte, mettono tristemente in scena per poi diffonderle in rete, forse per un like in più o per ottenere una vacua approvazione da una platea, potenzialmente, infinita. I ragazzi mostrano, di fatto, una scarsa consapevolezza dei rischi che corrono, mettendo a repentaglio la propria vita in vere e proprie sfide mortali, le cosiddette challenge , che pur vestendosi, di volta in volta, di regole e forme diverse, si basano su un principio di leggerezza che trascura il valore autentico e profondo dell’esistenza, e che vede i ragazzi trattare se stessi alla mercé di un gioco virtuale trasposto in una mortificante realtà. I dati sono allarmanti se pensiamo che solo nel 2015 si sono registrati nel mondo più di un milione e mezzo di decessi causati da incidenti stradali, violenza nelle relazioni interpersonali, autolesionismo e dipendenze da alcol e tabacco (Telzer et al., 2015). Ma che cosa spinge questi ragazzi a comportamenti estremi? Alla base di tutte le sfide sembra essercene una che le racchiude significativamente tutte, è la sfida al mondo degli adulti con lo scopo ultimo di farsi vedere in quanto persona nella propria interezza, e non più soltanto come persona portatrice di comportamenti “sbagliati”. Gli adulti di riferimento, fin dai primissimi anni dell’infanzia, hanno l’impegno e la responsabilità di costruire un ponte di fiducia con i bambini attraverso il soddisfacimento dei loro bisogni emotivi, validando ciò che provano e incoraggiandoli nell’espressione della propria emotività. Un contesto familiare e sociale validante è una base “sicura”, ove i più piccoli si sentono attenzionati, ascoltati e supportati lungo il proprio delicato percorso di maturazione psicofisiologica. Se durante la fanciullezza i bisogni emotivi vengono trascurati, e se il sistema degli adulti è disregolato, i bambini prima e gli adolescenti poi, iniziano a sperimentare un senso di vuoto e di fallimento che sprofonda nella paura del non riconoscimento, cominciano, pertanto, a rifugiarsi in contesti e situazioni che, almeno apparentemente, sembrano fare meno paura, è il momento in cui strategicamente fuggono dalla realtà. E le sfide, in effetti, sono un rifugio strategico per non perdersi nella dura realtà di non essere visti, di non esistere agli occhi di chi invece avrebbe il compito primario ​di accogliere ed approvare col fine imprenscindibile di permettere uno sviluppo sano e funzionale. Questi stessi ragazzi, inoltre, non hanno sempre avuto la possibilità di sperimentarsi fattivamente, hanno vissuto gli anni fondamentali della propria evoluzione tra le ansie dei caregivers, senza quindi vivere appieno le naturali esperienze della vita, senza la possibilità di misurarsi e confrontarsi con le difficoltà quotidiane, con la sofferenza e con gli altri. I ragazzi, di fatto, vorrebbero esplorare il mondo e conoscere persone e contesti diversi dai propri, ad un certo punto, però, si sentono annoiati e inadeguati, senza che nessuno abbia dato loro i necessari e vitali strumenti per vivere la vita con creatività e con un pensiero laterale sviluppato. Un altro dato importante è che le significative difficoltà degli adolescenti nel comprendere le conseguenze delle loro azioni e nel prendere decisioni funzionali, rifuggendo da quelle disfunzionali e pericolose, vanno attribuite anche ad una immaturità del cervello. Durante l’adolescenza le capacità per una buona pianificazione non sono ancora mature, e la comunicazione tra le differenti aree del cervello non sono ancora stabilizzate. La corteccia frontale e prefrontale, aree deputate alla razionalità, alla cognizione, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano completamente intorno ai 25 anni. Queste regioni sono importanti in quanto bloccano le decisioni prese d’impulso sotto la spinta delle emozioni. Gli ormoni, altresì, rendono l’area emotiva del cervello ipersensibile e iper-reattiva. Prevale la prospettiva del piacere e, per tal motivo, è difficile prevedere gli esiti delle proprie azioni. Infine, non si attivano i meccanismi di difesa, perché non si attiva la corteccia insulare che ha in memoria le cose piacevoli e quelle sgradevoli. Nelle situazioni di pericolo, pertanto non si attiva nessun sistema di allarme, anzi queste appaiono spesso come interessanti, anche se intimamente raccapriccianti. Nonostante tutto questo, gli adolescenti non sono certamente “condannati” ad un percorso predeterminato da Madre Natura. La maturazione neurologica e fisiologica fa indubbiamente il suo corso, ma gli effetti sono determinati dall’insieme di relazioni che si instaurano in questo periodo, in particolar modo dall’incontro sano con gli adulti di riferimento e con il gruppo dei pari. É importante, dunque, che vivano realtà contestuali validanti, ove possano sentirsi visti e attenzionati in maniera autentica dai propri adulti di riferimento, e ove possano attingere dalle proprie risorse e potenzialità per parlare e narrare dei personali naturali bisogni. Gli adolescenti nell’esplorazione di se stessi e del mondo, se non si sentono riconosciuti in quanto persone con specifici bisogni e se non si sentono validati nel loro vissuto emotivo, non riescono a regolare le proprie emozioni e i propri comportamenti, esprimono le proprie esigenze con aggressività in cerca di

attenzione e considerazione, si rifugiano in sfide sensazionalistiche e pericolose che mettono profondamente a rischio la vita stessa di chi vi partecipa. L’intenzione non è soffrire e morire ma è, piuttosto, essere vivi, essere vivi a tutti i costi per provare l’ebbrezza di essere visti, con il sogno nascosto di essere approvati da spettatori illimitati, e nella speranza più vana che tra questi ci siano anche le persone più importanti per se stessi: i propri adulti di riferimento.

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicologa psicoterapeuta

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