I bambini che guardano il femminicidio della madre

Troppo spesso, più di quanto la nostra mente possa immaginare, si registrano casi in cui i bambini diventano tristemente spettatori di scene macabre ed indicibili, vivono, difatti, l’uccisione della propria madre per mano del proprio padre. Già soltanto scriverlo o raccontarlo fa provare un brivido raggelante e un dolore inenarrabile, un dolore che ferisce e che, soprattutto, lascia perplessi ed attoniti poiché contronatura. Sembrerebbe, infatti, innaturale immaginare che dei bambini, purtroppo molti, debbano correre pericoli ineffabili per mano delle persone deputate alla loro tutela e difesa, sia fisiologica che emotiva. Assistere alla funesta morte della propria mamma è di per sé un fatto traumatico, se poi a porre fine alla vita del genitore è l’altro genitore si va a compromettere gravemente la maturazione evolutiva biologica, psicologica ed emotiva del bambino in questione. Si arresta il naturale processo di crescita perché il piccolo si ritrova a fare i conti con qualcosa che non riesce a sopportare, qualcosa a cui non riesce a dare un nome e una spiegazione, e che diviene un terremoto nella propria vita, un terremoto che non riesce a gestire. I genitori dovrebbero essere per definizione un rifugio protettivo, dovrebbero creare i presupposti per far sentire il proprio figlio sempre al sicuro e al riparo, e, paradossalmente, in queste difficili e fragili situazioni esistenziali, i bambini si ritrovano invece bruscamente a doversi difendere da chi, per natura e struttura, dovrebbero essere difesi.

Sono queste storie che accadono spesso, e che ci chiedono di interrogarci con riflessioni approfondite per capire come poter fattivamente aiutare piccole vittime indifese, vittime che si ritrovano a lottare quotidianamente in casa propria con dolore e difficoltà. Questi bambini sono costretti a fermare la propria vita nel gesto di un attimo, gesto non isolato quanto piuttosto collegato a tante altre scene di violenza distruttiva, scene di aguzzini che mal svolgono il ruolo genitoriale, e che cancellano il valore della vita dei figli per soddisfare i propri, inenarrabili ed indescrivibili, bisogni di paradossale autoaffermazione. Quali emozioni prova un bambino spettatore dell’uccisione della madre? Proviamo a chiudere gli occhi per un attimo e a vivere una simile straziante scena, molto probabilmente gli occhi, come d’impulso, si aprono, la mente sembra rifiutare anche solo l’immagine della propria madre che viene annientata e cancellata dal proprio padre, il corpo ci indica di scappare a gambe levate perché proviamo una tale paura da

non voler rimanere neanche un attimo di più, oppure, paradossalmente, possiamo “congelarci”, mentre, dunque, proviamo a riprodurre nella nostra mente una tale raccapricciante scena di morte e di dolore, ci congeliamo per le emozioni dolorose ed intense che ci attraversano. Se riuscissimo a rimanere con la mente in questa insopportabile e ingestibile scena di morte brutale qualche momento in più, potremmo sperimentare probabilmente anche un disregolato senso di colpa, potremmo sentirci colpevoli dell’accaduto, come se fossimo stati noi a provocare un danno irreparabile ed esiziale, come se fossimo noi a dover riparare, e siccome ci accorgeremmo che non si può realmente porre rimedio allora ci ritroveremmo a fare i conti con una vita da vivere che non sentiamo di meritare di vivere, una vita che in un istante è stata cancellata proprio come quella della mamma, con la grande differenza che la mamma è morta e noi dovremmo continuare a vivere la nostra “insopportabile” esistenza. Sono vite traumatizzate, spezzate dalla violenza di un genitore difficile da definire tale, genitore che genitore non è perché si macchia della grave ed indefinibile colpa di oscurare e annientare la vita dei propri figli, con violenza selvaggia, una violenza che, forse per sempre, sarà un’ombra presente nella vita di questi bambini. Così come il genitore aguzzino si snatura attraverso la violenza commessa, anche il bambino si snatura del suo essere, in pochi secondi si spazzano via la sua naturalezza e la sua spontaneità vitale e giocosa, minacciando le sue risorse interne e nascondendo la forza che, intrinsecamente, ha per vivere ed affrontare l’esistenza. É una violenza angosciante e distruttiva che fa male nel corpo, e non solo, perché la violenza può assumere forme diverse e, quando i segni sembrano invisibili ad occhio nudo, non significa che non ci siano; potrebbero di fatto essere più profondi e subdoli, sono le ferite dell’anima che colpiscono nel proprio essere, annientando il valore profondo di se stessi. Un bambino che vive un trauma di questo tipo diventa vittima impotente, tutto d’un tratto si ritrova come “senza pelle” e non si trova più “al sicuro” né con se stesso né con nessun altro e in nessun luogo, sembra non abbia più armi e difese per mettersi al riparo e in salvo. Cosa possiamo fare fattivamente in queste situazioni drammatiche di eventi già irreparabilmente avvenuti? Sicuramente coi bambini prima, e con gli adulti che diventeranno poi, possiamo lavorare sul loro trauma, perché sono vittime di scene orripilanti che segnano la loro vita, stabilizzandoli e regolando le emozioni contrastanti e troppo intense che attraversano la loro fragile persona. ​Molto di più però potrebbe essere fatto da un punto di vista della sensibilizzazione e dell’educazione emotiva, per far sì che, nel tempo, diminuiscano omicidi efferati per mano di un uomo nei confronti della propria donna, madre dei propri figli. Potrebbe sembrare utopico ed irrealizzabile ma siamo proprio sicuri che lo sia davvero? Siamo proprio sicuri che bisogna arrendersi dinanzi a tutto questo? Sconfiggere la violenza agendo a monte, e non arrivando a raccogliere i morti a valle con stupore, non è, e non deve essere utopico, è piuttosto un dovere che abbiamo da un punto di vista sociale, educativo e culturale. Per tal motivo fondante è importante e vitale educare fin da piccolissimi. Quanto appena detto si traduce nell’essere presenti nelle scuole, e in tutte le agenzie educative, per lavorare sul concetto di consapevolezza come pilastro portante su cui costruire una struttura solida mediante la familiarizzazione e la regolazione delle emozioni, l’empatia verso se stessi e verso l’Altro, insegnando, nella fase evoluitiva, a rapportarsi con l’Altro nella sua unicità ed irripetibilità senza prevaricazioni basate su verità assolute rivelate. Questo significa dire che i fatti di cronaca non dovrebbero solo raggelarci ma dovrebbero richiamare la nostra attenzione in modo costruttivo e strutturato, in modo da pianificare ed agire per la consapevolezza profonda di una cultura della non violenza, una cultura che si costruisce con modalità certosine perché è importante che gli interventi non siano solo riparatitvi ma costruttivi e pianificati. Questo potrebbe portarci a non doverci sorprendere più di crimini efferati ove a pagare è tutta la società ma, soprattutto, i bambini che guardano con dolore e paura.

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicologa psicoterapeuta

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