Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Parlare di violenza si può ma, soprattutto si deve perché è un dovere porgere un aiuto concreto a chi vive immerso nel dolore e, talvolta, nella paura e nel terrore.
La violenza riguarda tutti noi, ogni volta che una persona rimane vittima di qualcun altro, inerme e spaventata, tutti noi falliamo.
La giornata di oggi è dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, un fenomeno che, durante la pandemia, è cresciuto in maniera significativa. Questo vuol dire che molte donne, in questo drammatico periodo, si sono ritrovate ad affrontare i propri aguzzini tra le quattro mura, sole e disperate. La propria casa dovrebbe essere un posto al sicuro, un riparo protettivo da eventuali pericoli esterni, ma molte di loro non ce l’hanno fatta perché sono state “punite” per sempre, sono state ammazzate proprio in quel posto sicuro.
Giornate come questa sono funzionali e necessarie perché ci permettono di
sensibilizzare in maniera capillare, raggiungendo un pubblico vasto, e sono una possibilità preziosa per fare informazione.
Come dico sempre, una giornata non potrebbe bastare perché l’informazione e la sensibilizzazione devono essere praticate quotidianamente per poter essere efficaci nel cambiamento profondo, duraturo, stabile e concreto.
Non ridurre il tutto a una giornata permette una continuità negli interventi e diventa di vitale importanza poiché si traduce in aiuti reali per chi soffre senza riuscire a trovare la forza e le risorse per sfuggire, sia fisicamente che psicologicamente, ai propri personali persecutori brutali e violenti. Bisogna spiegare che le alternative ci sono, insegnando che il silenzio è deleterio e non proficuo.
Molte donne si perdono invece nelle proprie oscure fragilità perché pensano di essere sole, non scorgono le infinite possibilità di azione esistenti e lo fanno in silenzio, un silenzio che annienta e imprigiona.
Nella migliore delle ipotesi hanno intimamente la speranza flebile di raggiungere, un giorno, la propria libertà, purtroppo, il più delle volte, perdono anche la speranza stessa e si convincono di non essere meritevoli di amore e di valere poco, se non addirittura nulla.
E allora hanno un comportamento di resa, una resa che non permette più di
raccogliere le forze e di combattere per riprendere in mano la propria vita, ridonandole il valore che è stato nascosto dalle barbarie vissute all’interno della relazione attraverso violenza fisica, psicologica, abusi sessuali e, purtroppo, femminicidio.
La violenza sulle donne non è solo quella perpetrata negli ambienti familiari ma anche nei luoghi di lavoro, per le strade, il revenge-porn, la violenza sessuale, il modo in cui si parla delle donne. La violenza di genere è ancora tristemente presente ovunque, con forza e veemenza. Ha molti volti, talvolta ben mascherati. E fa ancora molto male.
A mio parere, ciò che addolora e preoccupa maggiormente è la scarsa consapevolezza che le donne stesse hanno, bisogna partire proprio da qui, dall’insegnare ad amarsi, a rispettarsi, a vedersi. Bisogna dare alle donne, fin da bambine, l’opportunità di fare un percorso di consapevolezza, smascherando le credenze più comuni ma anche più profonde e, pertanto, più difficili da modificare.
La violenza di genere va annientata sul nascere, affinché non si radichi, la libertà va insegnata a gran voce. Le donne così anche se si trovassero in situazioni di maltrattamento avrebbero la sicurezza in se stesse di poter denunciare e di poterne venire a capo.
La violenza inizia, spesso, fin nell’età dell’infanzia, generando una spirale di sofferenza atroce, negando i diritti basilari e l’innocenza dell’essere bambini.
Le conseguenze fisiche e psicologiche sono disastrose e vanno fermate,
concretamente.
Come? Anzitutto imparando noi stessi, noi tutti a guardare al fenomeno della violenza sulle donne con apertura e disponibilità, ma soprattutto con la consapevolezza che le parole, quelle fuori posto, feriscono e distruggono. Mi riferisco alle parole che pregiudicano e agli stereotipi che non aiutano anzi diventano giudizi violenti. Anche questo si insegna, si tratta di educare alla non violenza.




Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicologa Psicoterapeuta

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