Emozioni e cibo nell’infanzia e nell’adolescenza

Nel film “Precious” di Lee Daniels risuona forte la frase “ L’amore non ha fatto niente per me.

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio

É l’epoca della solitudine che fa sentire vuoti, un vuoto dentro che troppe volte sfo – cia in difficoltà esistenziali con se stessi e nella relazione con gli altri. I racconti degli adolescenti sono intrisi di sofferenza emotiva che lentamente si pro – paga nella propria mente e nel proprio corpo, sono racconti di un amore ingiusto, carente, un amore inetto perché incapace di accogliere e di sostenere. Travolti da un turbinio di emozioni non sempre trovano se stessi per costruire la propria identità. La disregolazione emotiva potrebbe trovare rifugio in un rapporto non sano con il cibo e con il proprio corpo, comportando restrizioni o eccessi psicopatologici. La vita di ognuno di noi inizia con un incontro importante e significativo con l’amore e il cibo in un delicato intreccio, il latte donato dalla madre è alla base di ogni forma di accudimento, indicando chiaramente quanto la funzione nutritiva sia imprenscin – dibile dalla dimensione affettiva e relazionale. Nel corso della crescita, i bambini prima e gli adolescenti poi, si trovano ad affrontare momenti critici di maturazione, ove chiedono riconoscimento e validazione emo – tiva dai contesti di appartenenza e dai propri adulti di riferimento; non sempre si sentono ascoltati e guardati, non sempre si sentono accolti e accompagnati nei processi di cambiamento che vivono, non sempre riescono a venirne fuori indenni, spesse volte si sentono sopraffatti dagli eventi, dalle situazioni, si sentono scompi – gliati dalla mente emotiva o anche dalla mente razionale, ancora non pronti ad una adeguata integrazione. Impauriti e confusi dal proprio mondo interiore e dalle proprie reazioni, il più delle volte impulsive, o anche di chiusura in se stessi, e comunque poco efficaci, mani – festano il proprio disagio e il proprio malessere mediante un uso distorto del cibo. Inizialmente, nel corso dell’infanzia, sono soltanto delle alterazioni del comporta – mento alimentare, che però non andrebbero minimizzate perché rappresentano una specifica forma di appello rivolto all’altro per cercare la soluzione ad un males – sere transitorio, alle proprie fatiche e alle proprie emergenze; e se gli adulti non colgono l’importanza e la solennità dei campanelli d’allarme dei figli, la situazione di per sé preoccupante potrebbe trasformarsi in drammatica e, pertanto, di difficile gestione. L’ambiente familiare e sociale è quindi punto nevralgico nello sviluppo del bambino, in particolare le figure genitoriali sono inevitabilmente implicate nei vari disordini del comportamento dei propri figli, le loro risposte sono una parte fondamentale, non solo nell’insorgenza dei disturbi, ma anche nel mantenimento e nell’evoluzione dei disturbi stessi.
La risposta genitoriale deve essere ben bilanciata ed equilibrata perché il non guardare in maniera autentica i propri figli, e il limitare le proprie manifestazioni di affetto in un raccapricciante distacco emotivo fa sentire, sia i bambini che gli adole – scenti, non validati nella propria emotività e non riconosciuti, ma, d’altro canto, an – che una relazione fusionale, e non differenziata, si rivela inappropriata perché invade e non permette una naturale crescita alla base di un funzionale processo di responsabilizzazione e di autonomia. ​La letteratura ha riscontrato, specificatamente, l’importanza dell’influenza dei geni – tori, o per meglio dire del caregiver, rispetto ai bambini con difficoltà alimentari, difficoltà che poi si esacerbano col passaggio all’età adolescenziale, cristallizzandosi in veri e propri disturbi del comportamento alimentare, che vanno dalla pica, passando per la ruminazione, fino ad arrivare all’anoressia, alla bulimia e al binge eating desorder. Secondo la ricerca, il caregiver non equilibrato predilige l’alimentazione forzata, le punizioni fisiche, l’incoerenza delle regole, l’invalidazione, la non supportività o anche l’invadenza, l’ostinazione, la non accettazione e una forte rabbia mal gestita. Talvolta, il caregiver ha una storia di vita e clinica difficile, con quadri ansioso-de – pressivi allarmanti, con vissuti di disturbi alimentari, di disturbi dell’umore, e a volte, di disturbi di personalità. Le difficoltà, dunque, possono radicalizzarsi e ingigantirsi durante l’adolescenza, periodo in cui il senso di vuoto esistenziale e la solitudine pressante aumentano, una solitudine che fa sentire i ragazzi da soli anche in mezzo ad una folla, una solitudine che, come in un vortice, a volte, può catturare e portare a rifugiarsi fra le quattro mura della propria cameretta, ove non c’è più il confronto reale con l’altro, e ove tutto si misura, preponderantemente, sui social, e ove tutto sembra perfetto e idealizzato. In taluni casi, il mondo dei social network diventa quasi il canale socioculturale esclusivo, capace di influenzare la percezione della propria immagine, conducendo pertanto ad alti livelli di insoddisfazione corporea e a significative e disfunzionali preoccupazioni relative al cibo. In un contesto scientifico che predilige l’approccio biopsicosociale, quindi, relazioni affettive altalenanti, non stabili e rassicuranti unite a vulnerabilità individuali e a fat – tori propriamente sociali e culturali, come anzidetto, possono compromettere il glo – bale funzionamento del bambino e dell’adolescente, danneggiando anche la rela – zione con il cibo e con la propria immagine corporea. La prevenzione è d’obbligo perché crescere e far crescere è una responsabilità fondamentale che si costruisce, momento dopo momento, con consapevolezza, amore, cura e coscienza, senza mai sottovalutare ciò che accade, ma anche ciò che non accade, senza mai minimizzare i vissuti emotivi dei propri figli, banalizzan – do le sofferenze, i disagi e il malessere che, anche se in maniera non sempre coe – rente, vengono espressi col fine precipuo di chiedere aiuto, nell’ottica di poter vive – re piuttosto che sopravvivere. E se la prevenzione è mancata e i problemi alimentari sono diventati significativa – mente più gravi, è di vitale importanza affidarsi a professionisti in grado di mettere in atto trattamenti e protocolli evidence-based che tengano conto di tutte le variabili in campo, seguendo un approccio scientifico biopsicosociale e standardizzato. ​

Dott.ssa Rosetta Cappelluccio
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale
Docente e supervisore Istituto A.T Beck Roma e Caserta
Conduttrice gruppi DBT adulti e adolescenti
Consulente tecnico d’ufficio per trauma neglect e abuso
Responsabile ambulatorio psicopatologia ospedale Buonconsiglio Fatebenefratelli Napoli

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